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Riflessioni

Democrazia sindacale, SI o NO? Due RSU scrivono alla FIOM

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Chiediamo in primis a tutte le delegate ed i delegati della FIOM e delle altre categorie della CGIL (ma anche delle altre sigle) di fare circolare e di mandare comunicati e prese di posizioni per far recedere la FIOM milanese da questa decisione incomprensibile che mina la credibilità delle importanti battaglie che sta conducendo sulla democrazia sindacale la più grande organizzazione italiana dei metalmeccanici insieme a tutta l'area de "la CGIL che vogliamo".

Ai compagni e alle compagne della FIOM di Sesto San Giovanni, della FIOM di Milano, della FIOM della Lombardia e della FIOM Nazionale
Cari compagni e care compagne, mi accingo a scrivervi mosso da quello spirito che anima ognuno di noi nel fare questo lavoro, quello del sindacalista,quello spirito intriso di ideologia e di quel senso di giustizia sociale, di umanità e di solidarietà che di questi tempi parte della società moderna ha smarrito. Le lotte che noi con la nostra organizzazione sindacale stiamo oggi sostenendo dalle fabbriche alle istituzioni, dove rivendicare posti di lavoro, salari dignitosi, sicurezza e democrazia sono obiettivi che ci impegnano quotidianamente e dove tutte le nostre energie sono profuse costantemente . Non ultima è stata la presentazione della proposta di legge sulla democrazia in fabbrica e sulle rappresentanze sindacali, proposta da me sottoscritta e sostenuta in fabbrica spiegandola ed invitando i lavoratori ad aderire. Perché vi scrivo?

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E' ora di un coordinamento nazionale contro la crisi

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Buon risultato della prima riunione nazionale di fabbriche in lotta per difendere il lavoro. Tra le proposte: la costituzione di un vero raccordo nazionale, la realizzazione di una vera assemblea entro tre mesi, coordinamenti territoriali. E una scadenza: in piazza il primo marzo accanto agli immigrati
Mettere in collegamento le lotte, aprire un confronto, stabilire relazioni, far pagare la crisi ai padroni. Battersi, insomma, per il blocco dei licenziamenti, l’aumento del salario, la riduzione dell’orario, la requisizione delle aziende e il vincolo industriale delle aree. «A Milano stiamo cercando di attivare una generazione di lavoratori disabituati da quasi vent’anni di concertazione ma è assurdo che non ci sia ancora stato un vero sciopero generale dalla proclamazione di questa crisi», ha detto Massimiliano Murgo, delegato Rsu della Marcegaglia alla riunione di stamattina [23 Gennaio, ndr] in una Casa del popolo romana, nel quartiere Trionfale, dove sono confluiti un centinaio di lavoratori di fabbriche in crisi per abbozzare una piattaforma e un’agenda da mettere in comune. Ne è venuta fuori dopo cinque ore di dibattito una risoluzione che lancia la proposta di un coordinamento nazionale, dell’estensione dei coordinamenti territoriali e di un’assemblea di tutti entro tre mesi. Naturalmente saranno tutti in piazza il primo marzo coi lavoratori immigrati.

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I disoccupati ci sono ma non si vedono

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Esistono problemi visibili e altri invisibili. A prescindere - direbbe Totò - non solo dalla realtà ma anche dalla percezione. La disoccupazione, ad esempio, esiste: nella realtà e nella percezione. Ma parlarne è da irresponsabili e mostrarla anche peggio. Basta pensare alla reazione del governo di fronte alle stime fornite dalla Banca d'Italia, che considera il tasso di disoccupazione "reale" superiore al 10%: 2.600.000 persone. Un calcolo scorretto e fantasioso, secondo il ministro Sacconi. Perché associa ai disoccupati anche i cassintegrati cronici e i "lavoratori scoraggiati". Quelli, cioè, che rinunciano a cercare occupazione perché ritengono la situazione sfavorevole. Un'operazione scorretta, quella praticata dalla coppia Epifani-Draghi. Entrambi disfattisti e, implicitamente, comunisti. Imprenditori delle fabbriche che producono pessimismo, come li ha definiti il premier Berlusconi. Seminano sfiducia e rischiano, in questo modo, di alimentare una crisi che ormai è alle spalle. Anche se i cittadini non sembrano accorgersene. Afflitti da una "percezione" diversa - e distorta.

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Forlì: L'ombra di 1700 licenziamenti. Nel 2009 una "strage" di lavoratori. E duemila cassintegrati. Crollata l’industria

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“Non siamo ancora fuori dalla crisi e c’è il rischio del rimbalzo del gatto morto”. La metafora felina è dell’assessore provinciale Denis Merloni. Il nuovo assessore della giunta di Massimo Bulbi, oltre alla delega al lavoro ha ricevuto a giugno anche quella alla “crisi” segno tangibile di quanto la pessima congiuntura economica stia segnando questi anni. Ieri Merloni ha presentato i dati che riassumono l’ultimo anno dal punto di vista dei lavoratori: oltre 2mila sono stati quelli toccati dalla cassa integrazione, 1.724 quelli messi in mobilità (cioè licenziati) tra gennaio e ottobre. Diecimila nuove domande di disoccupazione sono arrivate all’Inps mentre l’ufficio di collocamento provinciale ha fatto registrare quota 24 mila 984 disoccupati, di cui il 17% di stranieri. Le ore di cassa integrazione ordinaria sono aumentate nel 2009 dell’827% rispetto al 2008, per un totale di 3 milioni e 147 mila ore autorizzate dall’Inps: un dato sotto la media regionale, che tocca quota 1206%.

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Lettera di una figlia alle lavoratrici e lavoratori in lotta (dedicato ad un padre speciale)

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Una strada. Lunga e senza fine. Questa è l'avventura che stanno affrontando i lavoratori. Un momento... di quale azienda fanno parte questi uomini? Eutelia? Agile? Omega? Nessun uomo o donna conosce il destino di questi. Di loro si conosce solo il passato, un passato travagliato, pieno di lotte, sofferenze e inganni. Gli uomini e le donne che sono stati travolti da questo vortice sono padri e madri di famiglia che lottano per il proprio posto di lavoro per crearsi un futuro, ma purtroppo questa possibilità è ostacolata da tante cose: dallo Stato, dalla cattiva amministrazione del Governo e dagli eventi sorprendenti e drastici della vita. Io mi chiamo Camilla Polimadei e mio padre è un lavoratore, che sta lottando per il proprio posto di lavoro, come tutti, ovviamente quando dico tutti, mi riferisco a quei lavoratori che credono in quello che fanno, stando uniti al gruppo e non spaventandosi per quello che li minaccia e che pertanto ostacola le loro vite. Mio padre si trova a lottare tutti i giorni, dormendo in azienda, aiutando i propri colleghi e se stesso nella difesa del proprio lavoro, ma nonostante tutto, è presente nella mia vita, facendomi da papà, da maestro nelle piccole cose della vita e facendomi soprattutto da mammo. Un anno e tre mesi fa i componenti della mia famiglia sono diminuiti diventando da tre a due. Mia madre è morta a causa di un infarto improvviso. Così la vita di mio padre e la mia sono state completamente sconvolte. Anche mia madre assistette alla lotta di papà per il lavoro, quando si trattò di Alchera (anche quello un episodio ricco di inganni), ma in quel momento era diverso, perché anche mamma lavorava e, quindi, a molte cose pensava lei: tutte le spese tra la danza, la scuola e i piccoli regali che mi faceva ogni giorno. Ma ora la situazione è diversa: mio padre è solo e, quindi, sta lottando ancora di più con le unghie e con i denti per assicurarci un futuro. Se mia madre fosse qui, illuminerebbe i nostri pensieri di positivismo, vedendo in tutta questa brutta avventura i lati positivi. Molte volte, in questo periodo, voi tutti vi scoraggiate, pensando che tutto quello che fate sia inutile, sì solo uno spreco di tempo, ma questo non è affatto vero. La realtà in questo momento è difficile da cambiare, soprattutto se si vede dall'altra parte sempre un cancello sbarrato, un rifiuto per la richiesta di aiuto, di cambiamenti.

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