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Buon risultato della prima riunione nazionale di fabbriche in lotta per difendere il lavoro. Tra le proposte: la costituzione di un vero raccordo nazionale, la realizzazione di una vera assemblea entro tre mesi, coordinamenti territoriali. E una scadenza: in piazza il primo marzo accanto agli immigrati Mettere in collegamento le lotte, aprire un confronto, stabilire relazioni, far pagare la crisi ai padroni. Battersi, insomma, per il blocco dei licenziamenti, l’aumento del salario, la riduzione dell’orario, la requisizione delle aziende e il vincolo industriale delle aree. «A Milano stiamo cercando di attivare una generazione di lavoratori disabituati da quasi vent’anni di concertazione ma è assurdo che non ci sia ancora stato un vero sciopero generale dalla proclamazione di questa crisi», ha detto Massimiliano Murgo, delegato Rsu della Marcegaglia alla riunione di stamattina [23 Gennaio, ndr] in una Casa del popolo romana, nel quartiere Trionfale, dove sono confluiti un centinaio di lavoratori di fabbriche in crisi per abbozzare una piattaforma e un’agenda da mettere in comune. Ne è venuta fuori dopo cinque ore di dibattito una risoluzione che lancia la proposta di un coordinamento nazionale, dell’estensione dei coordinamenti territoriali e di un’assemblea di tutti entro tre mesi. Naturalmente saranno tutti in piazza il primo marzo coi lavoratori immigrati.
S’è trattato di un primo appuntamento, scaturito da un appello preparato dai coordinamenti milanese e piceno e subito sottoscritto da realtà analoghe del Friuli, del trevigiano, di Livorno, del gruppo Fiat, della Sardegna, dall’assemblea autoconvocata di Roma, per «ricostruire, il più velocemente possibile, un’unità sempre maggiore della classe lavoratrice a prescindere dal comparto lavorativo, dall’appartenenza sindacale, dalla nazionalità, ecc».
Da qui la proposta: «Riteniamo quindi che per rafforzare queste reti nate dal basso, per costruire legami unitari ancora più grandi e incisivi, per stimolare la costruzione di coordinamenti in ogni distretto produttivo, sia necessario organizzare un momento di confronto diretto e autoconvocato tra tutte queste realtà di lotta contro la crisi per tentare di costruire un coordinamento nazionale».
Se il padronato utilizza la crisi per riscrivere i rapporti di forza, l’autonomia dei lavoratori deve servire a sottrarsi dalla tendenza concertativa a farsi carico delle ristrutturazioni ma «unificare le lotte, farle uscire dall’isolamento», ha detto, in apertura, il dipendente della leader confindustriale, raccontando l’esperienza milanese di coordinamento e l’urgenza di uno strumento nazionale.
Via via hanno preso parola molti dei convenuti riferendo sia di mobilitazioni emblematiche - dalla Agile alla Maflow - sia di esperienze di collegamento territoriale. Quella friulana, restituita da Alessandro Perrone della Eaton, è nata davanti al presidio della Safilo quando è iniziata la convergenza di altre aziende in crisi. E ora il coordinamento sta svolgendo un ruolo importante tra i lavoratori dell’indotto Fincantieri di Monfalcone. «Il 10% della popolazione del Friuli è dato dai 50mila lavoratori in mobilità, cassa integrazione o disoccupati», dice Perrone.
In ogni storia emerge il rapporto difficile con i sindacati, sebbene tutti gli intervenuti abbiano una delega o una tessera Fiom, Cgil o dei sindacati di base: «Non è possibile - aggiunge Perrone - che il sindacato pensi che il suo lavoro finisca con la firma della cassa integrazione». «E’ stata un’iniziativa utile per la modalità con cui è stata costruita - commenta Gigi Malabarba - che va oltre le specifiche appartenenze e può costituire un punto di riferimento per chi vuole superare la frammentazione delle lotte e delle sigle per favorire una dinamica positiva dal basso, per rendere le mobilitazioni in sintonia con l’esigenza di riunificazione. L’omogeneità delle esperienze in corso ha favorito l’individuazione di una piattaforma: contro i licenziamenti, per il salario sociale ecc... Buona l’accoglienza della proposta della Rete europea della marce per una scadenza a Bruxelles il 17 ottobre per contestare l’Ue, la migliore amica del liberismo, che ha proclamato il 2010 anno contro la disoccupazione e la povertà». |